Le parole che distruggono
Ero adolescente quando l’amico di mia madre prese l’abitudine di chiamarmi « grosso porco » e « stronzo ». Queste parole non uscivano semplicemente dalla sua bocca – si imprimevano nella mia carne, nella mia identità nascente. Si sovrapponevano a quell’altra frase che mia madre mi ripeteva instancabilmente: « Hai una bocca troppo grande. » Un’etichetta che mi ha definito ai miei stessi occhi per molto tempo.

Anni dopo, in un lavoro, ho sentito il mio capo di allora, che oggi so essere stato un manager tossico, urlare a tutto il team: « Sono stufo di essere circondato da buoni a nulla! » Sul momento, ho fatto come gli altri – ho abbassato la testa e ho continuato a lavorare. Ma quelle parole hanno risuonato in me, riattivando antiche ferite, come se ogni sillaba confermasse quello che temevo da sempre: la mia inadeguatezza.
L’accusa invisibile
E poi c’è quella frase che non aveva nemmeno più bisogno di essere pronunciata perché io la sentissi: « Lo fai apposta. » Accusa sottile che suggerisce non solo incompetenza, ma anche malevolenza. Una frase che trasforma l’errore in colpa, l’imperfezione in crimine.
Quando le parole diventano identità
Queste parole, ripetute come un mantra, hanno plasmato la mia percezione di me stesso per anni. Sono state i miei compagni silenziosi, i miei giudici interiori, i miei carnefici invisibili. Si sono infiltrate nel mio dialogo interiore fino a diventare la mia stessa voce.
Testimoniare per ricostruirsi
Eppure, oggi, scrivo sul potere delle parole. Non come vittima, ma come testimone del loro potere devastante – e potenzialmente liberatorio. Perché ho scoperto che se le parole possono distruggere, possono anche ricostruire. Se la parola può essere un’arma di distruzione di massa per l’autostima, può anche diventare uno strumento di guarigione e trasformazione.